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Il terremoto di Salò raccontato dal Corriere del 25 novembre 2004

La scossa di dodici anni fa raccontata dalle firme del Corriere della Sera: la grande paura, i danni, le testimonianze e la storia della frazione valsabbina dimenticata

Brescia oggi è collocata, dai sismologi e dalla mappatura ufficiale, in area a rischio 2 in una scala che va, dalla più grave alla meno, da 1 a 4. Sono in rischio 2 anche Garda, Valsabbia e Valtrompia. Il lago di Garda è stato colpito per due volte da violenti terremoti a cavallo tra il XX e il XXI secolo: il 30 ottobre 1901 alle ore 14.59 una scossa di magnitudo 5.6 provocò gravi danni a Salò. Ci furono crollo e spaccature nel terreno ma, fortunatamente, nessuna vittima. La terrà tornò a tremare in modo violento alle 23.59 del 24 novembre 2004. La scossa, di magnitudo 5.2, aveva l’epicentro tra i comuni di Vobarno, Salò, Gardone Riviera e Toscolano-Maderno. Non ci furono vittime ma i danni agli edifici furono gravi, 2mila gli sfollati a seguito del sisma. Sette persone rimasero ferite lievemente.

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Due scosse a mezzanotte, trema il Nord (di Claudio Del Frate)

Per due volte, a cavallo della mezzanotte, la terra ha lungamente tremato, da Genova a Venezia. In Lombardia, in particolare. Un terremoto calcolato a 5,2 gradi della scala Richter, pari al settimo-ottavo grado della Mercalli con epicentro tra il lago d’ Iseo e il lago di Garda ha svegliato e fatto scendere in strada centinaia di migliaia di persone. Non si segnalano morti ma diversi edifici sarebbero crollati o risulterebbero lesionati. Vigili del fuoco e ospedali sono stati tempestati di chiamate. Secondo le prime indicazioni le zone più colpite sono nella parte nord della provincia di Brescia e la sponda lombarda del lago di Garda. E’ un’ area ad alto rischio sismico e quella di ieri sera è la scossa più forte mai registrata nella zona dal 1901, quando una forte scossa di terremoto investì Salò. Problemi ai campanili, ai ruderi delle aree rurali, ai cornicioni.

Frazioni di montagna isolate. Ma nessuna segnalazione, fino a notte fonda, di feriti gravi o vittime. Una casa è crollata a Preseglie in val Sabbia e due persone sono rimaste contuse mentre anche a Salò, secondo le prime testimonianze, sarebbero crollati balconi, muri e cornicioni. Caduta anche la campana della chiesa di San Bernardino. Sempre nella cittadina bresciana poco prima dell’ una è stato deciso di sgomberare parte dell’ ospedale, in particolare il reparto di psichiatria. Ancora a Salò, che risulta la località più colpita, molte strade del centro storico sono ricoperte di calcinacci e tegole cadute dai tetti, alcune decine di persone sono rimaste contuse o ferite in modo lieve e si sono fatte medicare. Evacuazione nel cuore della notte, invece, per 38 pazienti cardiopatici ricoverati nel reparto di riabilitazione Villa Gemma di Fasano, sempre nel Bresciano. I feriti e le persone vittime di attacchi di panico vengono indirizzati all’ ospedale di Gavardo. Anche Desenzano e Gardone Riviera sono state investite dalla scossa tellurica. I prolungati movimenti della terra sono stati avvertiti distintamente anche in molte altre zone della Lombardia: in molti quartieri di Milano gli abitanti sono scesi in strada spaventati dalla duplice scossa, la più lunga delle quali, la seconda, è durata una ventina di secondi. Qualche calcinaccio è caduto nella zona di via Ripamonti dove gli abitanti, in preda al panico hanno abbandonato le loro abitazioni.

La grande paura di Salò (di Nunzia Vallini)

Nessuna conseguenza invece all’ aeroporto di Malpensa. Secondo le prime indicazioni che arrivano dal centro geofisico di Varese l’ epicentro è stato individuato a 10,57 gradi di longitudine est e 45,64 di latitudine nord. La provincia di Brescia è considerata una delle più esposte al rischio sismico del Nord Italia: se l’ Irpinia è inserita nella prima fascia di pericolosità, l’ area del lago di Garda è nella seconda fascia. Solo oggi i danni potranno essere valutati compiutamente e Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, ha annunciato «un sopralluogo in elicottero sulle zone più colpite». «Il movimento tellurico è avvenuto a una profondità di 10 chilometri. Il che ha reso più estesa la zona in cui è stata avvertita la scossa più forte. L’ assessore lombardo alla protezione civile Massimo Buscemi ha spiegato che «è stato necessario chiudere la statale Gardesana, sono caduti dei massi a Vobarno e ci risulta il crollo di un campanile a Muscoline, sempre nel Bresciano». «E’ stato come sentire il rumore di un tuono – racconta una testimone che vive a San Felice sul Benaco – poi tutto ha cominciato a tremare, mi si è spostato il letto. Siamo corsi tutti in strada». In Friuli il ricordo del disastroso sisma del ‘ 76 ha risvegliato immediatamente la paura di tutti gli abitanti: a Pordenone e in molti altri paesi della provincia la gente è scesa in piazza appena avvertiti i primi sussulti. Chiamate a vigili del fuoco e ospedale – ma senza segnalazioni di feriti o di danni – si sono registrate in tutta la Lombardia, ma anche a Trento, nel Veneto, a Rimini e in diverse province toscane.

Il faro notturno installato sulla macchina del 118 illumina i calcinacci che ingombrano, a tratti, la strada Gardesana, quella che unisce Brescia a Salò. Gino Tosi, il responsabile della colonna dei soccorsi partita proprio da Brescia quando il terremoto si era fermato da poco, scruta la gente al bordo della strada, pronto a fermare se qualcuno fa un cenno, chiede aiuto. Ma la situazione sembra tranquilla, c’ è solo molta paura tra chi ha sentito in casa le due scosse di terremoto ed è uscito in strada temendo che la terra potesse ancora tremare. Via via che ci si avvicina a Salò si capisce che la situazione è più difficile, complicata. Le segnalazioni che arrivano via radio dicono che la cittadina è stata colpita duramente, che i danni materiali sono tanti e gravi. E si teme anche che possano esserci feriti.

La strada che porta in piazza del Municipio è interamente coperta da calcinacci e da tegole rotte. E la stessa cosa succede per le strade intorno. In piazza ci sono centinaia di persone e altrettante sono sedute in qualche modo sulle panchine del lungo lago. C’ è un silenzio agghiacciante. La gente non parla, mormora. Come se avesse paura di «risvegliare il terremoto», come dice un’ anziana signora. Si impreca anche sottovoce. Contro i cellulari che non funzionano e non consentono di chiamare amici e parenti. Per chiedere, per rassicurare, per essere rassicurati. «E’ stato incredibile. Ho pensato ad una bomba, ad un’ esplosione», dice una signora che abbraccia la figlia di dieci anni. E di esplosione parlano in tanti. Perché la scossa più forte è stata accompagnata dal rumore di crolli. «In casa sono caduti in terra libri, quadri, soprammobili», racconta una ragazza sconvolta.

Il fratello, dice, si è ferito proprio per tentare di evitare che un quadro si rompesse. E tanti altri altri sono rimasti feriti per cause simili. I responsabili del 118 domandano se c’ è bisogno di aiuto, ma la gente si è medicata da sola, nessuno vuol lasciare i parenti, i gruppi familiari si riuniscono sul lungo lago e stanno stretti gli uni agli altri, con i più giovani che proteggono i bambini e gli anziani e vanno a prendere le macchine per farli dormire al coperto, al riparo dal freddo. La situazione più difficile viene segnalata in due ospedali della zona. Nel «Civico» di Salò, in fase di dismissione, ci sono soltanto quindici pazienti, tutti con patologie psichiche. Per loro il trauma provocato dallo spavento è ancora peggiore, più difficile da spiegare e affrontare. Gli operatori cercano di tranquillizzare i pazienti, ma si rendono conto subito che quelle stanze vanno lasciate in fretta, lo dicono le crepe che si sono aperte lungo le pareti. Arrivano le ambulanze, i quindici pazienti vengono trasferiti in un altro ospedale vicino. Ancora più complessa la situazione a Villa Gemma, centro di riabilitazione per cardiopatici che si trova a Fasano, sul lago di Garda. Ci sono 38 pazienti, operati da poco al cuore. Il terremoto ha lesionato gravemente la struttura. Il faro delle auto del 118 illumina dua larghe crepe all’ ingresso. All’ interno, nelle camere, ci sono calcinacci sui letti. I malati sono pallidi, sconvolti. Medici e infermieri controllano che lo choc non abbia fatto danni gravi. Arrivano i vigili del fuoco e dicono che lì i pazienti non possono stare, la villa affacciata sul parco secolare potrebbe crollare. Si chiamano le ambulanze, si preparano i malati. Qualcuno piange, la maggioranza sta in silenzio. Pallidi e rassegnati. Poi vengono caricati sulle ambulanze e la lunga processione si muove verso Desenzano e Brescia, dove vengono trasferiti.

Case lesionate, danni per duecento milioni (di Davide Gorni)

«Anche lì, alle elementari? No, quello no: il campanile crollato? Che disastro». Il sindaco Giampiero Cipani corre avanti e indietro in una Salò ferita e terrorizzata. Senza darsi pace, senza dormire un minuto. Il rombo dei venti secondi di terremoto sembra inseguirlo. Corre di notte, da una parte all’ altra dell’ ex campo sportivo dove c’ è la tendopoli degli sfollati, per coordinare i soccorsi. Corre per tutto il giorno, da una parte all’ altra del lungolago, per accertare i danni del sisma. Il Comune: «Inagibile». La caserma dei vigili del fuoco: «Pure». I due ospedali e i cinque presidi sanitari: «Inagibili anche loro». Le scuole: «Pericolanti». Il Duomo: «E’ una ragnatela di fessure tra volte e navate». Poi c’ è la passeggiata slittata di due centimetri verso il Garda, la piazza attraversata da una spaccatura interminabile, le vie del centro storico tappezzate da calcinacci. E il Vittoriale di Gabriele D’ Annunzio a Gardone Riviera, con crepe sulla facciata d’ ingresso e molte suppellettili in frantumi.

E ancora il convento dei Cappuccini di Barbarano, la Casa della felicità della Croce Rossa, alcune cascine distrutte: «Un vero disastro». Così il sindaco fa i conti «a occhio e croce»: 25 milioni di euro per le strutture pubbliche e almeno altri 25 per quelle private. Oltre mille le richieste di interventi, cinquecento le case lesionate e circa 230 gli sfollati. «Nella sola zona di Salò», lo incalza Alberto Cavalli, presidente della Provincia di Brescia. Perché il bilancio dell’ intero territorio «potrebbe moltiplicarsi per tre o quattro volte». Salendo a circa 200 milioni di euro, se si contano i molti Comuni attraversati dal sisma della mezzanotte tra mercoledì e ieri. Comunque tutto sommato «è andata bene. Solo le strutture sono rimaste danneggiate da un terremoto dell’ ottavo grado della scala Mercalli», aggiunge Cavalli. Il bilancio dei feriti «è minimo: solo sette le persone contuse, medicate e subito dimesse». E così dicendo ricorda la scossa del 30 ottobre 1901, che provocò morti e distrusse gran parte di Salò. Allora, poco più di cento anni fa. Perché oggi, evidenzia Guido Bertolaso, responsabile nazionale della Protezione Civile che ieri mattina ha effettuato un sopralluogo in tutta la zona a ridosso del lago, «le case hanno retto bene. E’ la dimostrazione che i risultati ci sono se i lavori vengono compiuti con coscienza e secondo le regole. Anche in una zona sismica come questa». Certo ci sono crepe, calcinacci, comignoli crollati un po’ ovunque, «ma non ci sono morti o feriti gravi.

E poco importa se ci sono state altre otto lievi scosse di assestamento» tra la notte e le prime ore del mattino: «Le strutture hanno continuato a resistere molto bene». Le ferite però sono lì. Profonde. A partire dalle abitazioni, soprattutto nei comuni di Salò, Gardone Riviera, Toscolano Maderno, nella bassa-media Valsabbia, l’ area più colpita dal terremoto che ha avuto come epicentro il crinale tra Gardone e Vobarno. Ma non solo. «Abbiamo effettuato 58 campioni nei 12 acquedotti della zona», spiega Carmelo Scarcella, direttore generale dell’ Asl di Brescia. E uno di questi «quello di Villanuova sul Clisi, è risultato danneggiato. Presentava infiltrazioni di terriccio. E’ stato chiuso e i cinquemila abitanti ora sono riforniti con un’ altra sorgente». Infine le chiese. Distrutto il campanile di San Bernardino, «quello della Madonna delle Grazie del Rione delle Rive si è addirittura spostato. Senza contare i crolli nelle chiese di Fasano, Morgnano e Toscolano», aggiunge il parroco di Salò, monsignor Francesco Andreis. Poi il Duomo di Santa Maria Annunziata «attraversato da crepe e per il quale la Regione darà tutta la sua collaborazione per ristrutturarlo», garantisce l’ assessore regionale Ettore Albertoni, che si è assicurato di persona dei danni al patrimonio culturale di Salò. E mentre la conta dei danni è continuata per tutto il giorno, tra rassicurazioni che la situazione era sotto controllo, c’ è chi non ha voluto rischiare: «Sicura, Salò? Sarà così – dice Luigi Legname, con casa nel centro storico -: ma io, mia moglie e mio figlio dormiremo in macchina un’ altra notte. Non si sa mai. E se arriva un altro disastro…».

«Siamo salvi per miracolo, la nostra casa non c’è più» (di Andrea Biglia)

Dove dormiremo questa sera?». Nicolas, 17 mesi, riposa ignaro sul materassino della palestra di Barbarano trasformata in accampamento di sfollati dal terremoto. La mamma Simonetta lo guarda con preoccupazione. La loro piccola mansarda in centro a Salò è andata distrutta e solo per l’ accorrere di un vicino che ha sfondato la porta rimasta incastrata lei e il fagottino che teneva in braccio sono riusciti a scampare con le loro poche cose alla pioggia di calcinacci. La notte della paura l’ hanno passata in auto e ieri mattina sono approdati alla palestra. Ma quella di Simonetta e Nicolas è una storia-limite. La rete dei rapporti familiari e di vicinato, anche col peso di circa 230 sfollati da sistemare, ha funzionato, e ieri notte, nelle zone più duramente colpite, dal Basso Garda su su fino alla Val Sabbia, sono quasi scomparsi i fuochi attorno ai quali, 24 ore prima, si era scaldata tanta gente fuggita dalle case squassate dal sisma. Lunghe code davanti alle tende della Protezione civile per denunciare crepe nei muri, tetti sconnessi, cornicioni pericolanti. Ma in tutti la voglia di tornare al più presto alla vita di sempre. «Sarà pericoloso -, ma la casa me la devono riaprire». «Se non mi concedono un permesso dovrò prendermi qualche giorno di ferie: non vede come sono ridotte queste stanze?», esclama Claudio, magazziniere, scavalcando le macerie del cortile di una vecchia cascina di Pavone, frazione di Sabbio Chiese, che si raggiunge solo superando gli sbarramenti che vietano la circolazione.

Tuttavia le fabbriche della valle (trafilerie e maniglierie, una ogni 60 abitanti) anche ieri erano aperte, e l’ andirivieni di camion intasava come al solito la statale. Qualcuno, però, non ce la fa più. «Ho lavorato una vita nelle acciaierie, anche 14 ore al giorno, per farmi la casa. E il risultato è questo». Il muro cui è appesa la foto ingiallita del matrimonio è devastato da una paurosa crepa. Ieri mattina la luce del giorno ha illuminato una situazione spesso ancora più disastrosa di quanto ci si poteva immaginare qualche ora prima, quando molti erano fuggiti da casa. «Sì, io e le mie due figliolette ci siamo salvate la pelle, ma devo attaccarmi con tutte le forze a quest’ unico pensiero per non impazzire», dice fra le lacrime Flora Madernini. Il suo negozio di alimentari, l’ unico di Clibbio, altra frazione di Sabbio, come l’ abitazione al piano di sopra, sono distrutti. «Quel mobile si è rovesciato addosso alla mia Giada: l’ abbiamo liberata a fatica e lei piange ancora adesso dallo spavento». L’ orologio della Rocca è fermo sulle 11.50, l’ ora della tragedia. Poca gente e pochissimi turisti sull’ elegante lungolago di Salò. E molte delle vie interne chiuse perché gli operai con le gru possano rattoppare le ferite del terremoto. Gli evacuati, 125 l’ altra notte, ieri sono saliti a circa 230 (oltre 600 le case danneggiate) e si sono raccolti al campo sportivo.

Per tutta la giornata i Vigili del fuoco hanno distribuito i moduli per la denuncia delle lesioni. Una ripresa ardua, come sottolinea il sindaco Giancarlo Cipani, con lo storico palazzo municipale che accusa danni per un milione di euro, l’ Asl, l’ ospedale, la Guardia di Finanza, la caserma dei pompieri inagibili e 4.700 studenti a spasso. Il terremoto si è accanito anche contro tre campanili: quello della Madonna delle Grazie si è afflosciato su una casa attigua, quasi dimezzato quello di San Bernardino e raso al suolo quello di San Firmino, non tanto alto ma con secoli di storia. Massimo Ceriani, geologo della Regione, rientra da un’ ispezione sulle montagne in Val Sabbia: «In questa zona i terremoti non sono una sorpresa – spiega – e quello dell’ altra notte non è stato dei peggiori. Più grande forse la paura dei danni». Ma rassicurare con le parole è molto difficile

Pompegnino di Vobarno, un paese dimenticato 28/11/04
(di Nunzia Vallini)

«Dutur, ma gom de fa i terù per veder argu?» («Dottore, ma dobbiamo fare come i meridionali per vedere qualcuno che ci aiuti?»). La signora Maria, 70 anni di grinta da vendere, sputa il suo rospo direttamente in faccia al capo della Protezione civile Guido Bertolaso che, prima di partecipare a Salò al breefing serale dei sindaci dei paesi terremotati, con il prefetto Maria Teresa Cortellessa dell’ Orco decide di deviare verso la Valsabbia per vedere di persona quel borgo devastato dal terremoto e finito nella mappa delle emergenze solo 60 ore dopo la terribile scossa di mercoledì notte: 480 abitanti, 300 sfollati. «L’ ho saputo solo due ore fa – spiega -. Ed eccomi qua».

Lo guarda di traverso, la signora Maria. Premette che la parola «terù», pronunciata dalla sua bocca di meridionale nativa di Latina, non deve essere presa come offesa. Ma aggiunge che mai, al Sud, si sarebbe verificato il paradosso di un intero borgo transennato perché inagibile e i suoi abitanti abbandonati a se stessi. Accusa il colpo, Guido Bertolaso. Si guarda attorno e spiega alla signora Maria e ai suoi compaesani che l’ emergenza è fatta di qualche contrattempo e soprattutto di priorità: del resto, c’ è stato forse qualche sfollato di Pompegnino che ha dormito sotto le stelle? No. Nessuno. Ma solo grazie alla rete di parentele e alla solidarietà di valle: chi è andato a dormire da un parente, chi da un amico. Chi ha deciso di smembrare la famiglia di notte per ritrovarsi tutti uniti di giorno, vicino casa, in attesa che una squadra dei vigili del fuoco li aiutasse a rientrare tra le mura domestiche per prendere lo stretto necessario: un ricambio d’ abito, alcuni documenti, due libri per i ragazzi, il computer per poter riprendere il lavoro. Ieri mattina l’ abitato di Pompegnino di Vobarno, un paio di chilometri in linea d’ aria sopra Salò, si presentava così: un cantiere a cielo aperto con gli uomini a tagliare travi per puntellare le pareti delle case pericolanti e le donne sedute attorno al tavolo da campeggio aperto in mezzo alla piazza principale. Mai intitolazione è stata più appropriata: piazza del Volontariato.

Perché qui, a Pompegnino, fino a mezzogiorno di ieri si sono visti solo scout e alpini. La Protezione civile dalle giacche con catarifrangenti gialli o rossi è arrivata solo ieri, 60 ore dopo la terribile scossa. «Si sono accorti di noi solo adesso – lamenta Catia Turrini, presidente del comitato di frazione -, eppure da subito si sapeva che la situazione qui non era delle migliori. I primi soccorsi sono arrivati ancora mercoledì notte: vigili del fuoco e carabinieri qui con noi, a guardare le case lesionate, a verificare quale strada percorrere in sicurezza». Praticamente nessuna, nel borgo antico. Così agli sfollati delle case lesionate si sono aggiunti quelli delle case integre, almeno all’ apparenza, ma diventate irraggiungibili. Il sindaco di Vobarno Carlo Panzera allarga le braccia: «Se mi devo rimproverare qualcosa è solo di non aver battuto i pugni su qualche tavolo – dice -. Alla prima riunione in Prefettura, avvenuta all’ alba di giovedì, non avevo segnalato la gravità della situazione perché nessuno ancora se ne era reso conto: a Pompegnino con il terremoto era saltato un trasformatore e l’ energia elettrica è tornata solo ore dopo. Ma a mezzogiorno in tanti possono ricordare il mio intervento: segnalavo le case lesionate del mio paese che ha 7 mila abitanti, in particolare proprio quelle di Pompegnino. Ho anche chiesto che cosa dovevamo fare noi sindaci.

Ci siamo sentiti rispondere che nessun tecnico comunale o professionista locale era titolato a verificare la stabilità delle strutture. Ci hanno detto che dovevamo aspettare gli esperti del dipartimento e così abbiamo fatto. Solo ieri a Vobarno è arrivata la prima squadra di tecnici provenienti da Modena: si sono resi conto della gravità della situazione e oggi ne hanno mandate altre 7». Solo ieri, dunque, l’ Sos da Pompegnino ha trovato risposta. E da mezzogiorno in poi è scattato l’ andirivieni di tecnici e fuoristrada della Protezione civile: dall’ assessore provinciale Corrado Scolari al capo dipartimento Guido Bertolaso. Giovanni, sui 30 anni, guarda i «forestieri» con occhio stanco: «Io e mio padre – dice – stiamo facendo da manovali a un amico muratore. Abbiamo deciso di non aspettare nessuno: stiamo puntellando il muro di casa nostra per essere sicuri che resti in piedi. Almeno fino a quando qualcuno non ci aiuta ad andare dentro per prendere le nostre cose». E’ il fai da te silenzioso dei valligiani che si sono messi in ferie per salvare il salvabile, con l’ assistenza degli scout che da due giorni distribuiscono tè caldo e pastasciutta. Ieri pomeriggio alla loro tendina, in piazza del Volontariato, si è aggiunta quella grande utilizzata dagli alpini per le feste. In serata è arrivata anche la cucina mobile della Protezione civile capace di sfornare 350 pasti caldi in un’ ora: praticamente tutte le squadre di intervento e gli sfollati di Pompegnino.

Fonte: Brescia.corriere.it

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